domenica 20 febbraio 2011

Il muro.

La vita di Antonio scorreva impetuosa come un fiume in secca.
" Forse oggi mi faccio la barba." si disse guardandosi allo specchio. " Il tempo è bigio. Per la rivoluzione non è l'atmosfera giusta. Meglio aspettare la grandine e farsi un buon caffè." Si portò in cucina, preparò la moka da una tazzina, l'unica che possedeva, e la mise sul fuoco. " Che tristezza però. Mi piacerebbe tanto prepararne una da due tazzine. Vorrebbe dire avere qualcuno con cui  dividerlo il caffè. Prima o poi accadrà e quando capiterà sono certo che, dopo un paio di giorni, me ne lamenterò. La compagnia mi piace se dura giusto il tempo di un caffè."  Nel mentre la moka fece il suo dovere e il monolocale, con servizi e vista svincolo autostrada, venne invaso dall'aroma che sprigionava. Antonio prese il suo caffè triturando contemporaneamente un paio di porzioni di torta alle mele e, rinunciando a radersi, con la borsa contenente l'attrezzatura per il tennis buttata sulle spalle, aprì la porta ed uscì. In sella alla sua moto raggiunse in cinque minuti il Circolo del Tennis dove iniziò a riscaldarsi prendendo a pallate un muro. Dopo circa mezz'ora di furiosi colpi il muro cominciò a manifestare un certo fastidio restituendogli la palla contravvenendo alle più elementari leggi della fisica e della geometria. Angolazioni assurde, effetti incredibili, violenza di respinta devastante. Antonio tentava disperatamente di rispondere colpo su colpo ma il muro era bravissimo nel ribattere. La palla raggiungeva gli incroci della linea di fondo con una velocità e una precisione degne di un campione costringendolo a correre come un matto da una parte all'altra del campo, fino a che, prendendo un improvviso, sconcertante, subdolo effetto si andò ad arrestare proprio sotto linea bianca che simulava la rete. Fu a questo punto che Antonio, stravolto, si accorse del sorriso sardonico apparso sul muro. Con gli occhi fuori dalla testa e la lingua penzoloni vide due mani munite di racchettoni enormi spuntare dal cemento e altre due braccia che gli facevano il gesto dell'ombrello. Subito dopo partì una raffica di palline colorate che lo investirono buttandolo a terra. Prima che potesse rialzarsi le due manone mollarono le racchette ed in un attimo scavarono una grossa buca nella terra rossa e, dopo averlo colpito ripetutamente sulla testa pelata con una Head in titanio, lì lo gettarono seppellendolo con cura. Tutto tornò tranquillo e il muro ridivenne muro ma con una scritta, rossa su sfondo verde, a caratteri cubitali che prima non c'era:  FIN CHE C'E' VITA C'E' SPERANZA. E' QUANDO SI MUORE CHE SONO CAZZI AMARI!

giovedì 17 febbraio 2011

Crash in event of fire.

" La vita è uno stato mentale. Già. Ma quando vivi in uno Stato mentalmente malato che vita è? " Questo pensiero gli girava da un po' di tempo nella testa ed ora davanti alla scritta " Crash in event of fire " posta in bella evidenza sulla teca trasparente, contenente un idrante e un estintore, appesa davanti ai suoi occhi, gli venne un'idea. " Ecco la soluzione." si disse " Rompere in caso d'incendio!" quasi urlò " Ma certo bisogna rompere, spaccare qualcosa per spegnere questo rogo terribile continuamente alimentato da tutta la volgarità che ci circonda." Parlando a mezza voce si avvicinò ad una signora che, nervosamente seduta nella sala d'aspetto, aspettava notizie di qualcuno entrato nel Pronto Soccorso. " Mi scusi, Signora. Vorrei domandarle se anche lei non percepisca una certa puzza di marcio in questo Paese, in quello che ascolta e vede ogni giorno, ad esempio, in televisione. Se, anche  lei, provi un senso di nausea per via di tutto quel vociare assurdo in certi programmi, o anche per la sola, continuata, becera esposizione del corpo femminile ad uso e consumo di teleutenti guardoni e maniaci. Come può, signora, sopportare ore ed ore di talk show dove si dicono milioni di parole senza mai dire niente. Gentilmente le chiedo di dirmi se anche a lei, ogni tanto, non venga in mente di rompere quel vetro che la separa, ogni giorno un po' di più, dalla realtà delle cose, di ficcarci dentro un potente idrante e spegnere, una volta per tutte, il fuoco della stupidità?" La signora, sulle prime rimase sorpresa, poi si dichiarò concorde. Allora lui la prese per mano, l'aiutò ad alzarsi e le disse " Bene. Ora siamo in due. Vediamo se riusciamo a trovare qualcun'altro che abbia voglia di unirsi a noi." Tenendosi per mano si incamminarono verso un signore che stava seduto sulla panca di fronte intento a leggere un quotidiano e gli esposero la questione. L'uomo sorrise, ripiegò il giornale, prese la mano libera della signora e si unì agli altri due. Ora erano in tre e disponendosi in fila indiana si spostarono sull'altro lato della sala. Qui, in piedi appoggiati ad una parete, due ragazzi li osservavano. Quando il piccolo corteo gli fu di fronte ed il capofila pose la domanda, senza esitare anche loro si unirono. Dopo un'ora la fila era già lunghissima, formata da un centinaio di persone. Una di loro, una giovane infermiera, mostrava un cartello appeso ad un ombrello " Crash in event of fire! La vita è uno stato mentale e noi vogliamo che sia quello giusto!" Incredibilmente il corteo divenne nelle ore e nei giorni che seguirono sempre più numeroso, colorato, allegro. Dopo una settimana nessuno riusciva più a calcolarne con certezza l'entità. Ormai l'idea aveva superato i numeri ed ogni città del Paese era felicemente coinvolta da essa. Quando, il mese dopo,  caddero Governo e vassallaggi vari il mondo applaudì e fece sua l'idea. Quella frase divenne il simbolo di altre pacifiche ribellioni in tutti i Paesi mentalmente malati. Da allora la volgarità, l'arroganza, la violenza, i Bravi ed i Don Rodrigo di ogni Terra vennero banditi, emarginati, dimenticati.
" La vita è uno stato mentale. Già, proprio vero."
" Crash in event of fire."
Così fantasticava, dopo aver letto quella scritta sulla teca del kit antincendio, osservando la signora che , seduta nella sala d'aspetto, nervosamente aspettava notizie di qualcuno, forse una amica o un parente ricoverato nel Pronto Soccorso.
" Crash in event of fire." Ripeteva continuamente dentro di se come fosse un mantra.
" Lo so, è solo un sogno, un'utopia. Però che bello sarebbe!" pensò, infine, sorridendo.
" Mi scusi Signora, permette?".

mercoledì 16 febbraio 2011

La vie en rose.

Il maggiordomo fece il suo ingresso nel grande salone portando sulla testa un enorme vassoio d'argento pieno di semifreddi alla albicocca a forma di tetta di giunonica taglia con una amarena Fabbri a mo' di capezzolo. Seduto intorno ad un tavolo su sanitari in oro zecchino l'intero Gabinetto del Governo ascoltava il Capo. Sul grande schermo SuperFull HD dagli infiniti pollici sorretto da dodici modelle nude andava in onda il Festival di Sanremo. Le manone del Ragazzo di Monghidoro accarezzavano il sedere di Belen che con una Corona in testa si proclamava Reginetta del Back dopo aver terminato il suo numero di Tango con un improbabile caschè tra le braccia possenti di un vetusto tanghero raccolto da chissàchi in un deposito di rifiuti organici argentini. I Ministri su invito deciso del padrone di casa applaudirono selvaggiamente, battendo contemporaneamente i piedi suolati di cuoio profumato. Sull'enorme barbecue posto al centro della sala i resti carbonizzati di alcuni magistrati milanesi passati allo spiedo cantavano, perfettamente intonati ma con voce piuttosto roca, Uno su mille ce la fa. Nel villone avvolto da nebbie funeste l'aria era pesante ma come sempre piuttosto allegra. Il Lambro, appositamente dirottato dopo opportuna bonifica e prosciugatura, portava da quelle parti un fiume di Champagne. A tutti gli abitanti del luogo era stato donato un calice con le iniziali del Re incise in similoro da Maestri Vetrai di Murano affinchè potessero abbeverarsi alla fonte del successo, almeno una volta nella vita, senza provare vergogna. Chi veniva sorpreso dalle Guardie del Re appostate sulle sponde del torrente spumeggiante, a bere due volte, veniva subito passato per le armi per mano di un plotone di escort rifatte vestite di niente. Alcuni, non avendo mai visto una donna in tutta la loro precaria esistenza, si offrirono volontari per la fucilazione chiedendo, come ultimo desiderio, un po' di Bunga Bunga. Ci fu un rapido consulto del Consiglio dei Ministri e la richiesta venne accolta. Venne rapidamente preparata una leggina ad personam ed i questuanti furono accontentati. Il Ministro degli Interni si preoccupò personalmente delle operazioni e quando tutto fu finito, con piena soddisfazione del popolo, la riunione riprese. Urgeva andare avanti nell'ordine del giorno. Il Paese fremeva di passione, ci volevano risposte, prese di posizione consapevoli su argomenti e problemi scottanti che tanto preoccupavano gli elettori. Si passò così al punto più importante, quello della scelta delle canzoni da mandare avanti nella competizione festivaliera. Il Ministro della Cultura, dopo aver analizzato rima per rima tutti i testi, disse la sua ma nessuno lo ascoltò. Il Ministro delle Forze Armate propose di scartare il Barbarossa in quanto facinoroso guerrafondaio ma qualcuno lo zittì spiegandogli che non si trattava del noto personaggio storico ma di un umile cantante de' Roma. Appena la Capitale venne nominata alcuni esponenti leghisti del Governo saltarono in piedi inneggiando al Federalismo e a Roma ladrona. Ci volle l'intervento di una trentina di tronisti per riportare la calma nella surriscaldata assemblea. Alla fine il Capo si alzò   sbattendo i pugni sul tavolo. Nella confusione nessuno se ne accorse, solo il Ministro più basso ci fece caso ed urlando stizzito richiamò gli altri ad una maggiore attenzione e rispetto verso chi, da anni, distribuiva a tutti il pane. Accorsero alcune ancelle in giarrettiera portando con se un predellino dorato sul quale il Re venne issato di modo che tutti potessero vederlo ed in un silenzio di tomba così parlò. " Propongo, meglio ordino, che tutte le canzoni dei cantanti maschi in gara vengano eliminate." applausi convinti " Quelle interpretate dalle femmine saranno riascoltate da un'apposita commissione capitanata da Emilio Fede. Quelle ritenute belle verranno spogliate in mia presenza ed io, e solo io, deciderò la vincitrice." L'editto venne accolto dal Consiglio con enfatico entusiasmo. A questo punto il Re chiamò a se il Ministro della Sanità al quale ordinò un T.I.R. di Viagra per far fronte all'onerosa selezione. Il Ministro della Giustizia portò un bilancino su cui depose della polvere bianca, unitamente ad incenso, oro e mirra per farne dono al Re. Sullo schermo apparve per un attimo un giovane uomo che si diceva il Sindaco della Città dei Fiori. Nessuno lo riconobbe ma molti lo confusero con il rimpianto ex Ministro Scajola. Vennero così ricordati, bevendo il bicchiere della staffa, i bei tempi andati quando qualcuno poteva regalarti a tua insaputa un appartamento, una barca, un'isola caraibica. Poi il convivio si sciolse, la trasmissione volgeva al termine. La Protezione Civile si incaricò di recapitare alcuni mazzi di garofani alle Signore del Festival su preciso ordine del Capo. Questi infine, poco prima della sigla di chiusura, telefonò al presentatore e, in diretta, si fece passare il Direttore d'Orchestra. Dopo breve conciliabolo, questi alzò la bacchetta e partì l'attacco della  Vie en rose. La voce potente del Re riempì il teatro e volò in Eurovisione. Il giorno dopo ci fu il Colpo di Stato.                    

lunedì 14 febbraio 2011

San Valentino.

La Signora dalle palle d'avorio prese dal tavolo Luigi XVI un pestello in marmo databile fine '800 e lo sbattè, con una violenza di cui non si sapeva capace, sulla riccioluta corvina testa dell'antiquario. Questi, con il cranio sfondato, prima cadde piegandosi senza un lamento sulle ginocchia per poi abbattersi sul fianco sinistro privo di vita. Tre ore dopo il fotografo della scientifica lo ritrasse come fu trovato, con gli occhi sbarrati e sorpresi di chi non sapeva di aver fissato l'appuntamento con la morte, i capelli affogati in una pozza di sangue e petali di rosa a forma di aureola. Un'immagine quasi sacra, si sarebbe potuto dire, se non si fosse trattato di un omicidio. Il commissario disse " Questa morte è frutto di un amore deriso. Non si tratta di gelosia. Chi ha ucciso lo ha fatto per non essere stata amata mai. Condanno ogni assassinio ma quando succede per amore quasi sempre mi commuovo."
La sera stessa, in un noto ristorante del centro farcito di rose per la Festa di San Valentino, la Signora dalle palle d'avorio venne arrestata. Agli Agenti che la invitarono gentilmente ad alzarsi e seguirli chiese solo di poter finire il dolce. Dopo una giornata così amara non poteva farne a meno. Appena giunta in Questura fu accompagnata dal magistrato incaricato del caso. Questi la fece accomodare, le offrì una sigaretta e le chiese il motivo di un gesto così efferato. Lei rispose che si era trattato solo d'amore, di un gesto d'amore. Lui disse " Comprendo, Signora. Ha tutta la mia ammirazione ma devo arrestarla." Lei disse " Va bene. Capisco. Ognuno fa, nella vita, il suo. Anch'io finalmente l'ho fatto ed ora mi sento leggera. L'amore è un filo sottile, resistente, d'acciaio ma, a volte, si spezza. Le do i miei polsi, mi metta pure le manette. Non sentirò alcun dolore, da oggi sono libera. Non esiste costrizione più grande ed angosciante di un amore ferito. Il carcere non mi spaventa, l'ho già conosciuto. Andiamo, la notte è piena di stelle."
Khaled mise nello zaino la fotografia che lo ritraeva sorridente abbracciato a Noah. La notte, anche qui, era piena di stelle e lei lo aspettava. Incontrandosi, poco dopo, nella piazza della grande fontana si scambiarono un lungo elettrizzante bacio prima di incamminarsi decisi verso il porto. Quando arrivarono al molo videro tanta altra gente immersa in un'aria di pesante attesa. Giunsero dal largo alcune piccole imbarcazioni che si fecero carico di loro e di tutte quelle anime fuggenti. La carretta del mare, ormeggiata nel mezzo della baia, li aspettava. Quando il loro gommone affiancò la murata qualcuno lì invitò bruscamente ad appendersi ad una scala di corda e a salire. Noah ebbe paura, Kahled la rassicurò. " Vai. Non temere, io sono qui. Il nostro amore è così grande, più grande di tutto e ci porterà lontano, in un'altro mondo dove tutto sarà possibile." Così dicendo la prese tra le braccia e si arrampicò veloce fino al ponte. In mezzo alla calca di facce tremende trovarono un angolo e lì si sistemarono. Kahled, coprendo Noah con una coperta ed il più bello dei sorrisi, la strinse a se indicandole il cielo stellato. Il barcone salpò ed un paio di passeggeri decisero di rinunciare gettandosi in mare. Mentre la nave si allontanava li videro nuotare nella scia bianca e spumosa. Quando uscirono in mare aperto le onde erano enormi, la barca saltava, i visi intorno a loro si fecero così bianchi da illuminare la notte. Noah, tremando di freddo e paura, si strinse ancora più forte al suo petto. Kahled sentiva battere il cuore ad un ritmo infernale e, per la prima volta, pensò di essersi sbagliato. Nel farle l'ennesima carezza si accorse di una lacrima che scivolava lenta lungo la sua guancia. Nel raccoglierla con la lingua temette che il loro amore, così grande, non sarebbe bastato. Nella notte di tutti gli innamorati del mondo una nave carica di disperati arrancava violentata da marosi impietosi. Quando colò a picco, ne ebbe la certezza.

martedì 8 febbraio 2011

Scapecchia.

Scapecchia 'O Poeta, in una fresca sera di fine estate osservando rapito la montagna, disse: " Ah, che verdura!".
Pigramente seduto al solito tavolo d'angolo nel dehor dell'unico bar del paese filosofeggiava tracciando aste su di un quaderno a quadretti rimastogli dai tempi delle elementari frequentate con profitto per dodici anni ottenendone la licenza per sfinimento della maestra. Per noi, giovani ed inesperti della vita, lui era il faro. Le sue frasi, come traccianti luminosi, ci indicavano la giusta via, il suo alito riusciva a farcela percorrere di fretta. Aveva pensieri e parole per tutti anche se spesso intorno a lui non c'era nessuno. Il vuoto lo assillava. Un bicchiere vuoto, poi, lo disturbava. " Un dito di vino non ha mai ucciso nessuno. Un vetro non colmo ammazza la fantasia." diceva alzando un poco la voce e contemporaneamente strizzando l'occhio destro, l'unico che aveva. Divenne 'O Poeta il giorno che dalla stalla di sua nonna scappò il maiale. Quel pomeriggio, come sempre, stava riposando nel pagliaio quando udì l'anziana urlare: " 'O maiale!! 'O maiale!!! Oe, venite, currite! Scapecchia! Cuorno e bicuorno! Do' cazzo stai!" Lui con gli occhi chiusi puntati nel cielo, una spiga di grano tra i denti, trasalì, poco poco, piano piano. Vide passare l'enorme animale sollevando nuvole di polvere lungo la strada sterrata e in discesa, subito dietro la nonna che ruzzolava imprecando contro tutti i Santi del Paradiso.  Colto da improvvisa ispirazione compose in un attimo la prima poesia ed a braccia tese e mani aperte, rivolgendosi al sole, così recitò: " 'O maiale! 'O maiale! Currite gente! D'isso niente se ietta e sape che cuorno e bicuorno lo aspetta. E mo' che a miezzo au cielo 'na muzzarella tiene a fuorma de la chiu bella stella, io sto accà e te canto, maialo, nun fa scuorno, tuorna au palo."
Passarone due ore ed il suino venne finalmente ricatturato e ricondotto a bastonate dalla nonna alla stalla. Nel mentre " L'ode al maialo " fece il giro del paese. Scapecchia, la sera, al bar, venne insignito dal Sindaco con una corona d'alloro e nominato  a furor di popolo 'O Poeta. Seguirono copiose libagioni ed infinite pacche sulle spalle. 'O Poeta, a seguito delle mazzate ricevute, divenne curvo e leggermente gobbo. Lui, in un primo momento, ci rimase male, poi la notte, nel suo letto al lume fioco di una candela, sfogliando una vecchia enciclopedia vide un ritratto di Giacomo Leopardi con sotto la didascalia " Sommo poeta.". Si trovò somigliante e ne fu contento. Pungolato dalla vicinaza con il Sommo si mise alacremente all'opera sviluppando il tema del maiale in mille versi. Dopo anni pubblicò a sue spese un libricino di liriche che intitolò "Setole." col quale vinse il Primo Premio del Concorso di Poesia da lui stesso indetto in occasione della festa del Santo Patrono di Senerchia. La nonna per festeggiare l'evento propose di macellare il maiale. Questi non sapendo nulla di poesia si dichiarò contrario. Non ci fu nulla da fare. Il Natale dopo tutti i paesani ebbero in dono un salame firmato Scapecchia.              

lunedì 7 febbraio 2011

Il girello e la matrioska.

Aspetterò che passi l'ultimo dell'anno. Poi non mi resterà che aspettare che passino i successivi  trecentosessantacinque giorni. Così pensava tra se la Signorina Mary spingendo il suo girello sulla grande terrazza pavimentata a mattonelle rosse dissestate in quella fredda mattina di fine dicembre. Da qualche tempo per muoversi utilizzava quell'ausilio prestatole dalla ASL. Dopo iniziale difficoltà aveva imparato ad usarlo e le era ormai diventato indispensabile per gli spostamenti nella casa. A volte, seduta sulla poltrona in similpelle color tabacco sulla quale passava parecchie ore della sua giornata guardando con interessse una televisione spenta, ricalcando schemi di parole crociate di vecchi numeri della Settimana Enigmistica già compilati o risolvendo, con discreta abilità, rebus già risolti, gli parlava. Era diventato oltre che il suo unico mezzo di sostegno anche il confidente e compagno di chiacchiera più fidato. Da anni viveva sola in  compagnia di una statuaria badante ucraina di cui non capiva la lingua. Questa svolgeva le faccende di casa in cambio di una piccola paga e della concessione di abitare nell'appartamento che pur minuscolo le aveva dato la possibilità di sistemare nel piccolissimo salotto una matrioska gigante dove la signora venuta dal gelo riusciva a dormire, la notte, in piedi. I tempi erano quelli che erano e non si poteva andare troppo per il sottile. Bisognava accontentarsi e poi la bambola di legno dipinto era stata imbottita con la lana di un vecchio materasso recuperato dalla cantina e l'odore di vino di cui era impregnata favoriva il sonno. La signorina Mary non si era mai sposata ne aveva avuto figli nonostante da giovane fosse stata piuttosto volitiva e avesse avuto la possibilità di collezionare un numero impressionante di divise militari assortite, dalle quali era fortemente attratta per tradizione familiare essendo stata l'unica erede di un Generale del Corpo degli Alpini. In occasione di sfarzosi ricevimenti danzanti che si tenevano ogni sabato sera al Circolo degli Ufficiali ai quali, fanciulla in fiore, accompagnava il pennuto padre, portava sempre con se un libricino con la copertina rosso fuoco su cui annotava l'invito di ogni giovane tenente, biondo o bruno, con baffi o senza che fosse, prima di lanciarsi in sfrenate danze che si concludevavno sempre, a seguito di precise, calcolate piroette, in qualche giardino, dietro a qualche siepe, su qualche scomoda panchina. Quel Carnet da ballo lo possedeva ancora e quando lo sfogliava scavando nei ricordi, non riusciva a spiegarsi il perchè così tante pagine fossero state strappate. Ormai quasi centenaria, completamente rifatta da un rinomato chirurgo plastico che aveva fatto esperienza sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale che però negli ultimi tempi difettava in precisione, causa un forte tremolio alle mani dovuto a Parkinson in stato avanzato. I recenti plastici ritocchi non erano riusciti benissimo e la signorina Mary guardandosi nello specchietto di un antico portacipria in argento stentava a riconoscersi. Decise così, pur a malincuore per l'affetto che la legava all'illustre luminare, di rivolgersi a qualcun'altro leggermente più fresco per i prossimi restauri. Ne parlò al girello che la ascoltò con attenzione ed approvò senza dire una parola. Soddisfatta della conversazione la signorina Mary chiamò l'ucraina suonando il campanellino che portava al collo appeso ad una collana di perle splendenti leggermente opache. La donna accorse camminando piano e disse " Da? ".    " Buongiorno stramaledetta comunista. " sibilò la Signorina Mary " Vorrei una tazza di the. Al limone. Grazie." La paziente, testarda allieva di mille giornate inutili trascorse nel tentativo di insegnarle l'italiano ridisse " Da." e si diresse ciabattando in cucina. Ne riemerse dopo poco con un tazzone fumante di Bolsh, una zuppa maleodorante di barbabietole, piatto comune ad ogni angolo della più sperduta steppa, che posò con orgoglio sul tavolino tarlato Luigi Filippo posto vicino alla poltrona. La signorina Mary si accorse subito dell'errore e urlò disperata " Un the! Dannazione! Ho detto un the! " L'ucraina sorrise serafica, disse un'altro " Da." e si infilò nella matrioska per la pennichella quotidiana. La Signorina Mary si alzò maledicendo tutti gli Zar di tutte le Russie e si avviò verso la terrazza guidando l'amato girello. " Dio come è difficile capirsi, oggi, a questo mondo." disse avanzando " Fortunatamente ci sei tu che mi comprendi bene. Dai andiamo fuori a fare due passi." Il girello si mosse e l'accompagnò scivolando sobbalzando dolcemente sulle mattonelle rosse. Poi, d'improvviso, prese una velocità assurda e trascinò la signorina Mary sino al bordo della vasca in pietra dove nuotavano pigramente tra ninfee colorate parecchi pesci rossi. Due ore dopo, Olga la russa come la chiamava la Signorina Mary, si accorse che la medesima era misteriosamente scomparsa e che i pesci nella vasca erano ingrassati in un modo spaventoso. Come niente fosse tornò in casa, fece le valigie e con la matrioska sotto ad un braccio mezz'ora dopo era già all'Ufficio di Collocamento in cerca di un'altra sistemazione. Poco prima, chiudendosi dietro le spalle l'uscio pensando con sincera commozione alla Signorina Mary, disse "Da." Per l'ultima volta.

mercoledì 2 febbraio 2011

Graffi.

Altrove.
Dove è il sole.
La compagnia di una gatta selvatica mi basta.
Non cerco altro che i suoi graffi.