giovedì 31 marzo 2011

Il piatto del giorno: Voglio vivere a Lampedusa.

Il premier, per star vicino ai migranti ed agli abitanti di Lampedusa, si è comprato una villetta. Incredibile!

mercoledì 30 marzo 2011

Il piatto del giorno: La grande famiglia.




ROMA - Nicole Minetti, la giovane riminese ora al Pirellone di Milano nella veste di consigliere regionale, ha negato di aver presentato ragazze al premier Silvio Berlusconi,  rassicurando che la sua linea difensiva non sarà differente da quella del Cavaliere. In un'intervista rilasciata al quotidiano "La Repubblica", l'ex igienista dentale ha definito il presidente del Consiglio un uomo "affascinante, molto generoso, uno che mantiene sempre le promesse".
Berlusconi, secondo la Minetti, ha il difetto di esser "troppo impegnato" e con "troppe donne attorno che lo corteggiano".
Ad Arcore "ci si ritrova a cena", ha spiegato la giovane riminese, aggiungendo che con il premier "si era creato un rapporto di amicizia. Era una specie di grande famiglia. Il consigliere regionale del PDL in Lombardia ha ammesso che la sua immagine è stata compromessa dai verbali della Procura di Milano, ma spera di risolvere con gli impegni nel suo ruolo istituzionale. e non c'è alcuna intenzione di lasciare la politica. La Minetti si vede un giorno nelle veste di Ministro degli Esteri. Il suo modello è il Ministro dell'Istruzione MariaStella Gelmini perchè "riesce a conciliare molto bene la famiglia e la politica.

 Articolo tratto da RomagnaOggi.


La grande famiglia.


La grande famiglia si riunì intorno al grande tavolo, posizionato al centro della grande sala, della grande villa, immersa nel grande parco.Seduti su grandi sedie, grandi sederi di grandi commensali.
Appoggiate al bordo del grande tavolo, le grandi tette delle invitate.
Vennero grandi camerieri trasportando grandi portate.
Con grandi cucchiai servirono le pietanze su grandi piatti.
Grandi bocche si aprirono e grandi denti cominciarono a masticare.
Nei grandi bicchieri, un grande somelier, versò grandi vini.
Grandi stomaci ingurgitarono grandi liquidi e grandi solidi.
Poi avanzò un grande dolce coperto da panna montata opera di un grande pasticcere.
Infine fu la volta della grande Moka per un grande caffè servito in grandi tazze.
Ad un certo punto molti, direi tutti, chiesero al grande capo di andare alla toilette.
Il grande capo acconsentì e tutti furono accompagnati nel grande cesso.
Qui ci fu la più grande cagata collettiva di sempre.
I grandi escrementi formarono una grande onda che, spinta da una grande corrente, invase la grande sala, coprì il grande tavolo, travolse la grande villa, concimò, ad personam ed una tantum, il grande parco.
Il grande capo rimase solo in compagnia della grande merda.
Ne ebbe timore, ma non volle dargliela vinta.
Corse nella grande stanza del grande bunga bunga, si posizionò davanti al grande specchio delle brame e fiero, col mento alzato e le mani sui fianchi, chiese: “Specchio, specchio delle mie brame; dimmi, sono sempre io il più grande stronzo del reame?”
Il grande specchio, senza pensarci un’attimo, rispose: “Si, sei sempre tu il più grande stronzo del reame. Non ti preoccupare.
Però ti do un consiglio:
Stai attento al sole.
A volte, anche le grandi merde, seccano.”  




martedì 29 marzo 2011

Il piatto del giorno. La Bibbia.

Se il Veneto regala la Bibbia

“Leggere la Bibbia, dare ai banbini la possibilità di commentarla in classe”. Non è l’illuminato Patriarca di Venezia a formulare questi buoni propositi, e non è il contenuto di una lettera destinata alle parrocchie o agli insegnanti di religione.
E’ la giunta leghista del Veneto, guidata da Luca Zaia, giovane e pragmatico dirigente del movimento, ad averla spedita ai dirigenti scolastici di tutte le scuole primarie della Regione.  Ai quali chiede, attraverso una stupefacente circolare sottoscritta dall’assessore all’Istruzione, di contattare i genitori di ogni bimbo e avvertire che la Regione dona il segno sacro della cristianità, il libro che cuce la nostra identità e la indica a coloro che evidentemente sono diversi.
E’ bene forgiare nel credo le anime pure dei piccoli italiani. E infatti la missiva, inviata alle scuole lo scorso 10 dicembre, è indirizzata unicamente ai dirigenti delle scuole elementari. L’assessore Elena Donazzan, ex missina, ritiene il gesto come un atto obbligato per contrastare nella società “la deriva laicista, spesso ancorata ai dettami del relativismo e del nichilismo”. E’ una piccola e breve crociata, per annunciare ai miscredenti le radici e favorirne la conversione.
Certo, si potrebbe obiettare (e infatti qualche dirigente scolastico l’ha fatto) che nelle scuole arriva la Bibbia ma si interrompono – causa crisi – le consegne di  pennarelli e gessetti, computer e persino carta igienica.
La Bibbia, oggi. Chissà se domani sarà il turno della Costituzione della Repubblica. La Giunta veneta sul punto starebbe ancora riflettendo e valutando i pro e i contro del secondo dono.

lunedì 28 marzo 2011

Il piatto del giorno.



IL CASO

"Terremoto, ricostruzione perfetta"
finta aquilana in tv, bufera su Forum

Figurante reclutata per raccontare il miracolo del governo. Subito smascherata in rete. "Pagata trecento euro per leggere un copione". Protesta il Comune.

"Terremoto, ricostruzione perfetta" finta aquilana in tv, bufera su Forum

L'AQUILA - Mediaset manda in onda una finta terremotata pagata 300 euro. Pagata per leggere un copione scritto dagli autori del programma Forum, condotto da Rita Dalla Chiesa su Canale 5. "L'Aquila è ricostruita"; "Ci sono case con giardini e garage"; "La vita è ricominciata"; chi si lamenta "lo fa per mangiare e dormire gratis". Per questo "ringraziamo il presidente..." . "Il governo... ", precisa la conduttrice.


Marina Villa, 50 anni, nella trasmissione di venerdì si dichiara "terremotata aquilana e commerciante di abiti da sposa" in separazione dal marito Gualtiero. Ed è lì in tv con il coniuge a discutere della separazione davanti al giudice del tribunale televisivo. Ma è tutto finto: lei non è dell'Aquila, non è commerciante, il vero marito è a casa a Popoli, il paesino abruzzese nel quale la coppia vive: si chiama Antonio Di Prata e con lei gestisce un'agenzia funebre.

L'assessore alla Cultura dell'Aquila, Stefania Pezzopane, ha scritto una lettera a Rita Dalla Chiesa: "Nella sua trasmissione, persone che, mi risulta, non hanno nulla a che vedere con L'Aquila, hanno fatto un quadro distorto e assolutamente non veritiero". Quando scoppia la polemica anche su Facebook, non è difficile rintracciare Marina. "Ma che vogliono questi aquilani? Ma lo sanno tutti che è una trasmissione finta". Si dice, la signora Villa, molto sorpresa dalla rabbia dei terremotati:
Ma che pretendono. Io non c'entro nulla. Ho chiesto di partecipare alla trasmissione e quando gli autori hanno saputo che ero abruzzese, mi hanno chiesto di interpretare quel ruolo. Mi hanno spiegato loro quello che avrei dovuto dire". Marina racconta di essere stata pagata: "Mi hanno dato 300 euro. Come agli altri attori. Anche Gualtiero, che nella puntata interpretava mio marito, recitava. Lui è un infermiere di Ortona. Hanno scelto un altro abruzzese per via del dialetto".

Ecco il copione di Marina in tv: "Hanno riaperto tutti l'attività. I giovani stanno tornando". Durante il terremoto "sembrava la fine del mondo, non riuscivo a capire se era la guerra, la casa girava. Si sono staccati i termosifoni dal muro". Ora invece è tutto a posto: "Vorrei ringraziare il presidente e il governo perché non ci hanno fatto mancare niente... Tutti hanno le case con i giardini e con i garage, tutti lavorano, le attività stanno riaprendo". Le fa eco la Dalla Chiesa: "Dovete ringraziare anche Bertolaso che ha fatto un grandissimo lavoro". E giù applausi. Mentre Marina aggiunge: "Quello volevo pure dire". "Inizialmente - continua il copione - hanno messo le tendopoli ma subito dopo hanno riconsegnato le case con giardino e garage. Sono rimasti 300-400 che sono ancora negli hotel e gli fa comodo". "Stanno lì a spese dello Stato: mangiano, bevono e non pagano, pure io ci vorrei andare". Ma lei non è dell'Aquila, la notte del 6 aprile 2009 era a casa a Popoli. È stata solo finta terremotata a pagamento per un giorno su Mediaset.
(28 marzo 2011)

sabato 26 marzo 2011

Infinito silenzio.

Andy, in quella sera d’estate, era lì, ritto, in piedi, abbracciato alla morte.
Lungo il boulevard sul mare ragazze in bikini e gay muscolari sfrecciavano sui roller, evitando la folla che passeggiava leccando gelati.
La città degli angeli si preparava ad un’altra notte di musica e parole.
Lui, immerso in un infinito silenzio, non riusciva nemmeno a respirare.
Con occhi disperati cercava la baia.
Schiumose onde d’oceano filavano diritte, una dopo l’altra.
Sembrava volessero entrare nella stanza, dalla grande vetrata che affacciava sulla spiaggia, portando sulla cresta gabbiani e biondi, bronzei surfisti.
Dentro tutto era fermo, anche se l’orologio a pendolo, comperato l’anno prima ad un mercatino delle pulci ad Antibes, continuava lentamente a battere il tempo.
“Come siamo stati bene, ricordi, l’estate scorsa in Costa Azzurra.- disse a mezza voce – Che vacanza stupenda abbiamo trascorso. Come eravamo felici, liberi, belli.”
Parlava guardando davanti a se, come se, avvinghiato a lui, non ci fosse nessuno.
Non riusciva a credere che tutto fosse finito.
Si erano conosciuti qualche anno prima, in un bar del lungomare. Lì andava chi era solo e voleva incontrare qualcuno. Ogni sera qualche musicista dispensava note in allegria. Si potevano ordinare buoni piatti di cucina internazionale ed annaffiarli con dell'ottimo vino. Un gran bel posto per fare amicizia.
Un giorno Nick apparve. Andy lo notò subito.
Alto e flessuoso,camminava leggermente ondeggiando come portato dal vento. Neri, luminosi capelli ricci incorniciavano un viso stupendo. Quando gli fu vicino, Andy ne sentì l’odore ed era odore di sesso. Lui stava appoggiato al banco mentre aspettava un Margarita. Quando, con il bicchiere in mano, si voltò, i loro sguardi s’incontrarono, i denti si sorrisero, le mani si unirono.
Da allora avevano vissuto sempre insieme, nella casa sulla spiaggia, felici.
Ogni tanto litigavano per questioni d’amore, per piccole gelosie legate a questo o quell’incontro, ma poi tutto si placava e lo spicchio di cielo sopra di loro tornava azzurro. Coltivavano un sogno, quello di avere un bambino.
Diventarono sostenitori attivissimi della lotta per il diritto all’adozione anche da parte delle coppie omosessuali, partecipando ad ogni riunione o manifestazione che fosse a favore della causa.
Ora, dopo anni di battaglie, tutto era perduto.
Non ci sarebbe stato mai nessun bambino, non ci sarebbe stato più niente per loro.
Il mondo non esisteva più, anche se continuava a girare.
La malattia, giunta senza preavviso sei mesi prima, li aveva uccisi tutti e due lasciandone vivo uno.
Andy si chiese perché fosse toccata a lui quella sorte terribile.
Lo domandò forte, quasi urlando ma il silenzio non si ruppe. Nessuno rispose.
Quella sera d’estate, Andy, ritto, in piedi, rimase abbracciato alla morte pensando che qualcuno lassù, dal cielo, da qualche soffice nuvola, lo avrebbe notato, aiutato.
Non fu così.
Dio era distratto.
Come sempre.

  

mercoledì 23 marzo 2011

La bomba intelligente.


Bussarono alla porta e Kemahl andò ad aprire.
Sull’uscio, con un vestito da sera, c’era una bomba intelligente.
Lui la fece entrare ed accomodare in salotto.
Lei, cordialmente, lo informò che, prima di esplodere e distruggergli la vita, aveva l’obbligo di rispondere a qualsiasi domanda di cultura generale di modo che lui fosse certo di venire ucciso da una bomba di provata intelligenza.
Gli disse che non erano chiacchiere e gli mostrò il certificato di garanzia.
Il libretto delle istruzioni lo tenne per se, tanto a lui non serviva.
Ci tenne a precisare che i pacifisti facevano del terrorismo mediatico quando affermavano che lei e le sue sorelle non erano poi così geniali, anzi piuttosto stupide. Le ritenevano dotate di nozioni da enciclopedia o peggio da Settimana Enigmistica.
Non era così.
Loro avevano conseguito la laurea, col massimo dei voti, in ammazzamento mirato e le storie che giravano tra quei terroristi, nelle quali si narrava di stragi di inermi civili tra cui vecchi e bambini, erano pretestuosamente inventate.
Lui la ascoltava con interesse, cercando di farla parlare il più possibile per aver il tempo di individuare la spoletta da disinnescare.
Le offrì un tè alla menta, dei pasticcini, una fetta di torta di mele.
Poi la invitò a cena.
Lei accettò pur precisando che non aveva molto tempo.
Lui cucinò dell’ottimo cuscus con le verdure, uno stufato di agnello, un dolce straordinario. In frigo aveva ancora una bottiglia di champagne e decise che era l’occasione giusta per farle saltare il tappo.
Lei gradì tutto ed a fine pasto fece per alzarsi per adempiere al suo compito.
Lui la trattenne accarezzandole un’ala, le chiese di rimanere ancora un poco.
Lei acconsentì con un leggero imbarazzo, rossa d’emozione.
Allora lui si alzò e mise nel lettore un cd di Chopin.
Un Notturno riempì di romanticismo la sala da pranzo.
Lui, guardandola con passione, le allungò una rosa di plastica che aveva in un cassetto.
Lei la prese e la portò all’ogiva per annusarla.
Lui le disse che le rose non hanno odore, non profumano.
Lei disse che andava bene lo stesso.
Lui la invitò a ballare, lei disse di si.
Mentre avvinghiati piroettavano lentamente per la stanza, lui la tastava nel tentativo di disinnescarla.
Lei, ad ogni tocco, emetteva mugolii di piacere.
Poi i Notturni finirono ed era quasi l’alba.
Stanchissimi si lasciarono cadere su un divano.
Lei lo guardò con tenerezza.
Lui con terrore.
Lei disse: ”Grazie per la magnifica serata. Sei stato fantastico e mi sono divertita moltissimo. Lo so che tutto quello che mi hai offerto era solo per prendere tempo. Capisco che tu non voglia morire. Sai ho una sensibilità speciale per queste cose. Ho apprezzato le tue carezze anche se erano rivolte a scoprire il mio segreto, fatte solo per annullarmi. Ora se vuoi, prima che io esploda e ti porti via con me, puoi farmi un’ultima domanda. Chiedimi dove nascondo il detonatore.”
Lui si mise in ginocchio e, con le mani giunte la pregò, di dirglielo.
Lei lo guardò sorridendo e disse: “Allora non hai capito. Io sono una bomba intelligente, mica una stupida! Felice di averti incontrato. Nulla di personale. Ciao.”.
Ed esplose.

martedì 22 marzo 2011

Nel cuore.

A lui piace star lì da sempre, fin da quando era bambino. Ama quel posto, quella profonda quiete. Sotto quell’albero, su quella collina, ha letto, pensato, scritto, riso e pianto. Oggi ha quarant’anni e ancora un bel po’ di vita davanti e vuole viverla tutta, fino in fondo, senza timore, con coraggio.
Come sempre è salito fin lassù per cercare, nel silenzio, una risposta.
Quello che gli sta capitando non gli piace, non lo accetta.
Qualcuno, qualcosa si è infilato con violenza nelle sue vene, nel suo sangue e cerca di avvelenarlo, di ucciderlo lentamente.
Sono passati dieci anni da quando il padre, ucciso da un cancro che non era malattia del corpo, gli consegnò l’attività di famiglia, raccomandandogli di non mollare, di proseguire il lavoro con l’onestà necessaria, in nome della famiglia, dell’onore, quello vero. Di farlo per i figli che sarebbero venuti e anche per lui che doveva andarsene contro la sua volontà. Gli fece quelle raccomandazioni stringendogli con forza la mano destra, quasi sussurrando, piangendo. Poi gli disse che si sentiva stanco e lo invitò, dopo averlo ringraziato, ad uscire dalla stanza. Quella fu l’ultima volta che lo vide vivo, che udì la sua voce. Il giorno del funerale, dietro al carro funebre, non c’era quasi nessuno del paese. Solo lui, i quattro fratelli, la madre e qualche parente. La gente li aveva lasciati soli nel dolore. Il prete fece una veloce funzione evitando di invocare l’ira di Dio su chi aveva causato quella morte, quelle lacrime, quell’odio, quel male. Al cimitero, prima della sepoltura della bara, impartì la benedizione alla salma ed ai congiunti con un gesto della mano tracciando una timida croce in aria. Poi, col capo chino, tornò, a passo svelto, verso la parrocchia.
Ora tocca a lui. Il cancro, da allora, non lo ha mai mollato un attimo, non gli ha mai concesso respiro. Come gli chiese il padre, lui, ha continuato a combatterlo con tutte le forze di cui disponeva. Mai ha ceduto, mai ha mollato.
Non ha perso, né ha vinto. Ha solo lottato. Con rabbia, con disperazione, con coraggio. Da solo. Il giorno che si è affidato alle Istituzioni, allo Stato, denunciando chi lo vessava, non ha trovato reale aiuto. Si, è andato ospite in televisione a raccontare la sua storia ma, poi, passato il momento, nessuno più si è ricordato di lui. Sfruttato, questa è la parola giusta. Dai media, da giornalisti interessati solo allo share, alla pubblicità che porta denari, tanti, a chi va in onda.
La sua azienda è ormai fallita. Il suo sogno svanito. Il cancro gli ha portato via tutto, persino una gamba. Non può più correre da quando gli hanno sparato per convincerlo a desistere. Quando le pallottole gli sono entrate nella carne spezzandogli le ossa, ha provato un dolore terribile ed un’infinità pietà.
Per tutti quelli che non riescono, stravolti dalla paura, a ribellarsi ad un destino da schiavi.
Lui no, non si è mai arreso.
Seduto all’ombra della grande quercia ammira l’infinito paesaggio.
Le colline che scivolano nel mare sono bellissime. L’aria è pulita, il sole caldo.
“Tutto questo è nostro, è stato Dio a consegnarcelo e, per l’amore di Dio, dobbiamo riaverlo.”.
Questo pensa mentre soffia verso il cielo il fumo di un Toscano.
Domani, alla manifestazione contro tutte le mafie, sarà in prima fila, con la testa alta ed il cuore alato.
Lui sa che l’unica vera fonte di energia che può salvare il mondo sta proprio lì.
Nel cuore.

domenica 20 marzo 2011

Domanda di riserva.

Gheddafi: "Inferno per l'Occidente, l'Italia ci ha tradito" 
Usa, Francia e Gb, missili e bombe sulla Libia - Diario da Tripoli - Reportage da Bengasi : festa e paura / Convoglio centrato - 


Nuovo allarme al reattore 3
"Le vittime sono oltre 20mila" 
Tokyo, città in agonia -
Fuga dall'onda 


Lampedusa, i cittadini
bloccano il traghetto


Milano, maltrattamenti in un asilo
·                               

Foggia, discarica abusiva spezza i tubi
35mila persone senz'acqua da giorni

La causa dell'interruzione del servizio: un "monte" di rifiuti alto docici metri in un'area già sequestrata dalla magistratura a Lucera. Tra le ipotesi di reato disastro ambientale, interruzione di pubblico servizio e avvelenamento. La Regione: "Atto vergognoso"

Senza patente invade corsia: un morto e 4 feriti

La vittima aveva 24 anni. L'incidente alle 5 sulla Statale sorrentina, tra Pompei e Castelllammare. I conducenti delle auto coinvolte nello scontro frontale sono risultati positivi al test dell'alcol

Pescara, detenuto suicida a San Donato

L'uomo aveva 35 anni, si è impiccato legando un lenzuolo alle sbarre. Dall'inizio dell'anno sono tredici i detenuti che si sono tolti la vita nelle carceri italiane.

Giovanni lesse alcuni titoli dalla prima pagina di un quotidiano on line.
Più leggeva meno riusciva a capacitarsi. Gli pareva impossibile che fosse tutto vero, che il mondo fosse quello.
Le notizie, una più catastrofica dell’altra, misero ansia persino alle sue ansie. La guerra lo aveva sempre impaurito, terrorizzato. Ora, il suo Paese, pareva infilarsi,diritto come un fuso,in una di queste,con tutto lo stivale. Persino il Presidente della Repubblica, del quale aveva stima, pareva approvare.
 Ma, scusate, si domandava, la nostra Costituzione non dice che l’Italia ripudia la guerra? 
Nessuno gli rispose. In compenso, proprio in quel momento, uno stormo di cacciabombardieri sfrecciò sulla sua testa. Lui alzò gli occhi al cielo attirato dal rumore, subito dopo li abbassò stravolto dalla vergogna. Gli venne da piangere ma trattenne le lacrime. Si sentiva solo, abbandonato dalla logica, dall’intelligenza. Si sentiva tradito dall’umanità.
Poi riprese a leggere ed incontrò questo:

"10 motivi per cui vale la pena vivere"
Raccontateli a Roberto Saviano 


Il faccione pelato e sorridente di Saviano, uno che da tempo appariva in televisione, osannato da tutti, scriveva libri, apprezzati da tutti,raccontando di mafie, poteri occulti, macchine del fango, disperazioni, che viveva da anni protetto da scorta, nascosto chissà dove, minacciato di morte per quello che diceva, gli chiedeva di rispondere trovando ben dieci buoni motivi per cui valesse la pena di vivere.

Giovanni lo ammirava, un po’ come tutti, per il coraggio che dimostrava nel metterci la faccia.

Però in questo caso, si disse, il buon Roberto, forse, stava esagerando.

Lo pregò, quindi, di fargli la domanda di riserva.

giovedì 17 marzo 2011

Il videogioco.

La monetina scivolò nel Juke-Box ed il rullo cominciò a ruotare. Andò a fermarsi su H1. Il braccio lentamente si mosse, agganciò il 45 giri e lo mise sul piatto. Le prime note dell’Inno di Mameli risuonarono nel bar. La signora si staccò dal vecchio dispensatore di musica ed emozioni, mise la mano destra sul seno sinistro, una quarta abbondante direi, e cominciò a cantare. Una lacrima di rimmel le rigò il viso.
Il sole divenne nero.
Nella sua stanza da letto Carlo aprì la finestra. Guardò fuori ma non vide niente. Tutto era buio come fosse notte fonda, invece era mattina. Richiuse e tornò a dormire.
Anna, nel giardino di casa, tagliò con un grossa forbice l’ultima piccola rosa rossa del suo amato roseto, poi, con una vanga, lo estirpò.
Mario e Giovanni chiusero la porta dell’appartamento, caricarono in macchina quattro borsoni stracolmi, misero in moto e partirono. Quando arrivarono alla rotonda, che immetteva sul lungo viale alberato che lambiva il fiume, si fermarono. Uno scese e gettò le chiavi del loro ormai perduto intimo mondo nella corrente. L’altro rimase seduto con le cinture allacciate e la testa tra le mani.
Lisa, spaventata da quella oscurità, pigiò con ansia gli interruttori di ogni stanza ma nessuna luce si accese. Allora corse in cucina dove, in un cassetto, trovò un mozzicone di candela. Prese la scatola dei fiammiferi, ne strofinò uno e lo avvicinò allo stoppino. Fece colare un po’ di cera sulla tavola e, nel centro dell’improvvisato candelabro, posizionò la candela. Spostò una sedia e si sedette, le mani tremolanti sulle ginocchia. Quando la candela finì la sua corsa e si spense, lei si alzò, andò sul balcone e si lasciò scivolare nel nulla.
In altre parti del pianeta, in altre terre, in altri Paesi persone dai nomi diversi accomunate da medesima sorte, ognuna a suo modo, decisero, per quel che poterono, il loro destino.
Il mondo intero si mise in frenetico movimento, come sempre, ma, quel giorno, tutto fu diverso. Tutti tentarono, con ogni mezzo, di fuggire a quel buio profondo che li avvolgeva lentamente, inesorabilmente, al terribile freddo che sempre più, ad ogni latitudine, gelava le ossa, alla fame che torceva le budella, alla sete che non si placava.
Poi, improvvisamente, il sole nero esplose.
In un infinito silenzio, una Play Station cadde dal cielo. Con essa un monitor enorme e delle casse acustiche di ultima generazione.
Dio s’era stancato di quel noioso, vecchio, stupido videogioco.
                                                                                                                                                  

mercoledì 16 marzo 2011

W l'Italia.

La mattina del 16 marzo 2011 l’addetto stampa della Presidenza del Consiglio emerse trafelato da una caverna, situata nei pressi del Viminale e di proprietà dello IOR, già presa in affitto, a suo tempo, da alcuni martiri cristiani e, successivamente, da un gruppo di Carbonari, per leggere ai numerosi giornalisti di tutte le testate, nazionali ed internazionali, appostati in cima a delle barricate e muniti di penna, portatile e moschetto, il comunicato redatto a seguito di una riunione tempestosa del Consiglio dei Ministri avvenuta nella notte, a lume di candela e, ci tenne a precisare, senza puttane.
Il Governo, dopo lunga e partecipata discussione, aveva finalmente deciso di rendere omaggio all’Unità d’Italia ed al suo Risorgimento, organizzando una grande manifestazione in memoria delle 5 Giornate di Milano. L’evento si sarebbe svolto, naturalmente, nella operosa città lombarda. In tutto il Paese sarebbero stati affissi enormi manifesti raffiguranti un piatto contenente una cotoletta panata adagiata sopra ad un risotto alla milanese su di una tavola apparecchiata con una tovaglia tricolore. Per dare maggior risalto all’evento, oltre alle solite sfilate delle Forze Armate occasionalmente in costume d’epoca, si era pensato di raddoppiare le Giornate, portandole da cinque a dieci, dando vita ad un torneo di calcio, con un girone di andata e uno di ritorno, che avrebbe coinvolto le migliori e più rappresentative squadre padane, alfine di smetterla con tutte le pretestuose polemiche montate dall’opposizione,  tese a mettere in cattiva luce l’operato dell’esecutivo in merito ai festeggiamenti, affatto negati, del 150°Anniversario dell’Unità d’Italia. Le formazioni che avrebbero dovuto scendere in campo erano: Milan, Inter, Varese, Brescia, Atalanta, Monza, Cremonese, Sant’Angelo Lodigiano, Carugate, Arcore e Pro Patria. Sul petto di ogni giocatore, cucita sulla divisa sociale, una coccarda coi colori della Nazione e, sul retro, una riproduzione in oro della Madunina. In palio la Coppa del Risorgimento creata, per l’occasione, da Dolce & Gabbana, raffigurante un biscione in tanga leopardato avvoltolato su un grande 5. Le partite si sarebbero svolte in Piazza Cavour appositamente e velocemente riadattata a campo di calcio.
Gli inviati presero appunti non saltando alcuna virgola e l’addetto stampa concluse il comunicato sventolando il tricolore al grido di W l’Italia!
Gli articoli andarono subito in stampa e tutti i giornali diedero ampio risalto alla notizia. I telegiornali rimarcarono l’impegno del Governo e la sua buona volontà. L’opposizione emise un contro comunicato di leggera protesta, pur apprezzando l’idea, lamentando il non coinvolgimento di Roma e Napoli nella disfida. Il Presidente del Consiglio, risentito per la critica, chiamò Galliani e gli impose di comprare subito il noto centroavanti del Flamengo Enrique Totinho, oriundo e lontano discendente di un bersagliere italiano, e di schierarlo titolare fin dalla prima partita anche con le stampelle.
Nonostante le critiche di parte del Paese il torneo si svolse con soddisfazione di tutti. Il calcio, come si sa, alla fine unisce sempre.
Per la cronaca vinse il Milan che in finale affondò il Pro Patria con calcio di punizione proprio di Totinho che, con un tiro potentissimo, al novantesimo, fece breccia nella barriera degli avversari. La Coppa del Risorgimento, ancora oggi a distanza di anni, fa bella mostra di se, tra gli altri mitici trofei, nella ricca bacheca della società rossonera.
Il Presidente? Sempre lui, naturalmente.                     

martedì 15 marzo 2011

L'acqua.

Quella mattina, nel luogo più arido del mondo, la gente si alzò e trovò l’acqua.
Dopo un primo momento di stupore cominciò a raccoglierla usando ogni recipiente possibile. L’acqua, però, non finiva mai. Usciva copiosa da ogni rubinetto. I pozzi, da sempre secchi, dislocati nel villaggio erano tutti strapieni. Tutti bevvero più che poterono temendo che prima o poi sarebbe certamente finita. Non finiva, anzi aumentava. Decisero così di lavarsi in massa, tutti assieme. Gli uomini strofinavano e sciacquavano le donne, le donne i bambini, i bambini i vecchi. Quando per sfinimento la smisero e furono asciutti, si accorsero, guardandosi intorno, che la vegetazione, fino ad allora misera e rinsecchita, era improvvisamente divenuta folta e rigogliosa. Sterili arbusti si erano trasformati in alberi verdissimi, carichi di frutti. Gli orti, poveri e quasi dimenticati, pieni di ogni ben di Dio. Il capo villaggio riunì il consiglio degli anziani e propose loro di dare una grande festa in onore dell’acqua e degli Dei che l’avevano finalmente mandata. Gli anziani, non avendo mai visto in vita loro tanta abbondanza, pur non sapendo chi ringraziare, diedero la loro approvazione. Si decise così di inviare il più valoroso tra i giovani sulla Montagna Sacra con un cesto di doni per gli Dei. Mohammed, figlio di Baruk, fu il prescelto. Dopo averlo vestito a festa, adornato con un copricapo di piume di pavone e dipinto con i colori dell’allegria e riconoscenza, gli consegnarono una gerla stracolma di frutta ed ortaggi e lo accompagnarono festanti sino alle porte del villaggio. Lui, orgoglioso di tanto onore, salutò fiero e partì.
Attraversò un primo fitto bosco di cui non ricordava l’esistenza, poi un secondo, un terzo. Giunto alla fine di quest’ultimo incontrò quello che aveva sempre visto, il deserto. Non si perse d’animo e cominciò ad affrontarlo. Camminava ormai da molte ore e la montagna era ancora lontana. Si fermò per riposare un poco, scese la gerla dalle spalle e si sedette su una pietra. Aveva fame e la frutta era invitante. Ne mangiò un poco sperando di non far arrabbiare gli Dei. Nessuno si risentì, allora ne prese dell’altra e poi ancora e ancora. Quando ebbe finito il pranzo gli venne sete. Aprì l’otre che conteneva acqua freschissima e bevve senza ritegno. Quando decise di ripartire il carico era molto più leggero, quasi impalpabile. Camminò sino a notte fonda finchè le stelle tappezzarono il cielo. Trovò un angolo riparato per passare la notte, si sdraiò e s’addormentò. Quando si svegliò tutto intirizzito dal freddo la mattina dopo, la gerla era sparita. Con essa la poca frutta avanzata, gli ortaggi e l’acqua. Per la disperazione si mise ad urlare e cadde dal letto. Alzandosi da terra si accorse che tutto era stato solo un sogno. L’abbondanza d’acqua non c’era mai stata. Il posto dove viveva era arido, secco, desertificato come sempre. La gente disperata come ogni giorno.
Andò alla capanna del capo villaggio e gli disse che aveva qualcosa da dire.
Questi lo ricevette e gli offrì da fumare. Fumarono in silenzio. Poi, il capo, gli chiese che volesse. Mohammed gli disse che aveva fatto un sogno. Nel sogno c’era tanta acqua, moltissima. Ce n’era per tutti e tutti erano felici. Poi lui era stato incaricato di portare dei doni agli Dei che abitavano la Montagna Sacra. Strada facendo si era addormentato, alla Montagna non era mai arrivato e quando si era svegliato il sogno era svanito e con esso anche l’acqua.
Il vecchio sapiente lo guardò con occhi tristi e disse:
“ Vedi caro Mohammed, tu sei un giovane valoroso e voglio che tu sappia. La Montagna Sacra non esiste come, qui, non c’è mai stata acqua. Per secoli ci siamo tramandati questa fiaba degli Dei affinchè la nostra gente avesse qualcuno a cui rivolgere preghiere o insulti. Quello che dovevamo fare non l’abbiamo mai fatto. Non siamo mai stati capaci di ribellarci al nostro destino. Ma oggi tu e gli altri giovani dovete farlo. Andate per il mondo e pretendete l’acqua. Lottate per voi e per i vostri figli, per il vostro comune futuro. Non arrendetevi, non fermatevi. Gli Dei sono solo una stupida invenzione. Voi siete la realtà. Urlate, fatevi sentire, pretendete.
Solo così l’acqua verrà.”
Poi, tra le lacrime, lo congedò.
Mohammed lasciò il vecchio al suo pianto ed uscì. Giunto al centro del villaggio chiamò a se tutti i giovani, donne e uomini, e disse: ” Gli Dei non esistono. Nessuno potrà più decidere per noi. Da oggi noi faremo il nostro destino. Andremo e rivendicheremo il diritto all’acqua. Lo faremo con forza, senza mai desistere finchè non ci verrà data. E quando l’avremo la divideremo con tutti quelli che non l’hanno. Ora è giunto il momento di essere vivi, veramente!”
Detto questo alzò un braccio, indicò il deserto e diede il via alla marcia. La folla lo seguì cantando.
Non sappiamo cosa accadde, se Mohammed ed i suoi, alla fine, vinsero la partita.
In fondo poco importa.
Quello che conta è che vollero provarci.